sabato 22 giugno 2013

Code Geass: la ribellione verso Britannia in streaming sullo smartphone.

Scrivo quella che si appresta a diventare la mia prima recensione tecnologica. Chissà che non sia anche la prima di una serie. La cosa mi piace, perché, nel caso specifico, riesce ad unire due miei piacevoli interessi: quello per l'hi-tech, e quello per Code Geass.

Spieghiamo solo un'attimo, prima di procedere. Diamo i "requisiti".

Code Geass, come già accennai tempo addietro, è un anime giapponese del 2006 basato sulla guerra, sulla ribellione e sulla strategia militare. Un prodotto intelligente, insomma, e impegnativo, per certi versi.

Oggi, +Giorgio Bella ha scritto un'applicazione per smartphone (attualmente esclusiva per piattaforma Windows Phone), che utilizza il nome dall'anime stesso, che consente di fruire degli episodi di entrambe le stagioni in streaming, con una buonissima qualità video (WVGA, 854x480p, più che adatta a qualunque device).
Non solo. L'app (scritta davvero bene, a mio avviso) offre anche la possibilità di godere in streaming delle quattro sigle della serie animata, e di accedere ad una ricca sezione biografica riguardante tutti i principali personaggi che compaiono nell'opera.

Oltre all'ottima qualità dei contenuti, e alle comode impostazioni di sistema, che consentono di selezionare le varie connessioni che desideriamo utilizzare, particolarmente curata ed elegante e in linea con lo stile dell'anime risulta essere la grafica, soprattutto considerando la gratuità dell'applicazione e la poca presenza di banner pubblicitari al suo interno.

Non mi dilungo oltre nella recensione, dato che al fondo vi lascio la videoprova girata da me e Giorgio in occasione del completamento della "beta".

Vi linko inoltre la sezione del Windows Phone Store dalla quale è possibile avviare il download per l'applicazione.

Non mi resta che augurarvi una buona visione. Enjoy!

martedì 11 giugno 2013

In Concert, 1973-2013

Ieri, 10 giugno A.D. 2013, trovo online quella che dovrebbe essere, con tutta probabilità, la scaletta ufficiale del prossimo concerto di Torino del leggendario Steve Hackett. Leggerla è stato, più o meno, paragonabile al venire investiti da un tram. Sembra, piuttosto che star davanti al progetto del live di un musicista ultra-sessantenne, di aver ricevuto notizia di una data del Wind And Wuthering Tour del '77, solo molto migliorato.

Tralasciamo varie ed eventuali reazioni euforiche, però. Non siamo in sede adatta, o almeno non voglio che lo sia ora. Stavo pensando, però, che una notizia di tale portata, per un fan genesiano fino al midollo, dovesse essere "celebrata" con una certa qual dose di dovizia. E allora mi metto a pensare a cosa potrei scrivere, senza scadere troppo nel banale. Inutile riproporre le urla di gioia, ho già detto di no. No! Meglio fare un salto indietro nel tempo, di 40 anni esatti, e raccontare una di quelle perle misconosciute del panorama live dei Genesis, una di quelle cose che l'ascolti, e poi ti chiedi perché non gli sia stato dato l'onore di giganteggiare nella discografia ufficiale, relegata com'è stata nei canali di diffusione amatoriale fino ad una oltremodo tardiva pubblicazione nel live-extra del Remastred Box del 2009.

Oggi vi parlo del Live at Rainbow Theatre 1973!

Il concerto, registrato nel famoso teatro londinese nell'ottobre '73 e facente parte del Selling England Tour, è un monumento all'arte musicale prodotta dal gruppo fino a quel momento, periodo apicale del movimento progressive e appena precedente all'annata che costituirà il canto del cigno per molti complessi che vi appartennero (non per i Genesis, che tirarono dritto lancia in resta ancora un biennio).

Sull'edizione pubblicata nel Live Box '73-'07 del 2009, con il remastered comprendente la nuova ingegnerizzazione sonora di Nick Davies, il concerto è stato reso disponibile in maniera "strana". Intanto, in doppio supporto (come per gli album da studio del cofanetto), CD/SACD e DVD-Audio, ma la particolarità sta nella tracklist delle due versioni: la seconda è più completa! Comprende dei brani aggiuntivi, fra cui The Musical Box e Watcher of The Skies, non presenti sulla versione CD, sulla quale dovremo accontentarci delle prime sette tracce.

Accontentarci? Diciamo che non è proprio il termine esatto. Le sette tracce di cui sopra sono sette capolavori (sei e mezzo, via) dell'arte genesiana pre-74, il meglio di ciò che poteva essere estratto da album come Foxtrot e Selling England by The Pound (la prevalenza di brani da quest'ultimo è pleonastica, data l'appartenenza del concerto al Selling England Tour, come già spiegato).

Non voglio fare una recensione dei pezzi suonati. Non mi sarebbe possibile, con i Genesis non sono obiettivo, credo, e suppongo risulterebbe noioso o ripetitivo, sono brani da decenni appartenenti alla leggenda del Rock e sono stati analizzati da mille esperti. Voglio, piuttosto, segnalare quei riarrangiamenti in chiave live che il gruppo apporta a certe partiture e che sono ciò per cui l'album diviene particolarmente apprezzabile. E non tralascerò nemmeno qualche piccola, meritata, critica.

Il primo motivo, ineludibile, si chiama The Cinema Show: se vi interessa ascoltare le più belle tastiere mai suonate da Tony Banks, ascoltate questa versione. Io lo chiamo il trionfo dell'ARP Pro Soloist. Non so se sia solo per una maggiore presenza dei synth, o per il deciso inserimento del bass pedal in diversi passaggi, o forse per una sezione ritmica di un Collins esplosivo, sta di fatto che quella suonata in questa sede resta senza pochi dubbi la più bella e travolgente performance del brano fino ad almeno il Trick Tour del '76, con le percussioni raddoppiate dall'apporto di Bill Bruford (i synth, però, non saranno davvero mai più così belli da sentire).

Discorso simile, anche se traslato sulla chitarra, per Firth of Fifth. Se questa fa già parte di una delle primissime versioni live suonate senza intro di piano (che fu eliminato pochi concerti prima), e se l'assenza dello Steinway dal palco, sostituito dal piano elettrico che non era ancora il Fender Rodhes della seconda metà dei Seventies, mi fa apprezzare meno il brano in sede live, qui c'è a mio parere la miglior performance del mitico assolo di 6-corde di Steve Hackett DI SEMPRE! Anima nel suonarla? Sì, ma c'è anche da studio (e spiegateglielo a Daryl Stuermer). Emotività? Sì, ma c'è anch'essa da studio. Timbro dello strumento? Sì, ma in studio è uguale, la chitarra è, se non sbaglio, la stessa, una Gibson Les Paul Custom. Incisi di tapping? Ecco, sì! Ci sono gli incisi di tapping fatti benissimo, molto meglio che in studio, dove non sono nemmeno sicurissimo che ci fossero. E c'è il bass pedal! Benedetto bass pedal, c'era anche in studio (ancora), ma in questo live è assolutamente micidiale. E c'è una perizia esecutiva esemplare, che in live apprezzi sempre di più.

Stesse cose che potrei dire di Dancing With The Moonlit Knight, ma qui è soprattutto Phil Collins da elogiare. In live è una piovra, c'è poco da dire. Le parti di chitarra di Hackett sono perfette, al solito, forse anche in questo caso migliori che nell'originale, ma nutro qualche dubbio sulle due note suonate sulle corde basse prima dell'inizio dell'assolo: o sono accompagnate dal synth, o sono in qualche modo filtrate nel Pro Soloist, perché mi sembrano abbastanza diverse. Ma hanno una grandissima potenza! Per il resto, rimangono le debolezze del piano elettrico sulle parti di pianoforte, ma all'epoca non si poteva ottenere di più senza avere un acustico sul palco.

Passiamo alle critiche? Sì, non sono molte. Riguardano principalmente The Battle of Epping Forest, che è un brano che non si presta bene in sede live. Viene fuori troppo... sconnesso! Le parti sembrano mancare di collante, ho l'impressione (e non solo quella) che sia un pezzo composto da tante sovraincisioni difficilmente replicabili dal vivo (un po' come succederà in futuro con One For The Vine e con la mai per questo suonata Mad Man Moon). Resta comunque bella da ascoltare, la critica più grossa non è questa.

La critica più grossa si chiama PETER GABRIEL! Peter, lo sappiamo che sei bravo. Lo sappiamo tutti. Mi spieghi, dunque, perché hai voluto a tutti i costi sovraincidere in studio parti vocali che ritenevi non all'altezza in quel concerto? Il vizietto ce l'hai avuto già su Archive, ma riproporlo anche qui, su SUPPER'S READY, e non su tutta Supper's Ready, ma solo su The Guaranteed Eternal Sanctuary Man, è stato davvero di pessimo gusto. Non dico perché sia moralmente sbagliato far passare qualcosa di programmato e ri-registrato come live. Ma perché c'è una differenza abissale tra il timbro vocale che possedevi nel '73 e quello che possiedi oggi! E quella sezione di Supper's Ready sembra cantata da un altro cantante, lascio immaginare la sensazione spiazzante. Menomale, dico, menomale, che c'è un Apocalisse da brividi a ri-elevare il tutto.

Sorvoliamo. Sorvoliamo anche perché l'album è pressoché finito e il poco di cui non ho parlato è su livelli altissimi. Compreso tutto il resto di Supper's Ready.


Direi che è ora di concludere, che per quei pochi dissennati che staranno leggendo sarò già diventato sufficientemente noioso.
Ovviamente, non posso non consigliare il live. E intendo entrambi. Sia quello di cui ho appena parlato, sia quello che mi ha ispirato a parlarne. Fra poco più di un mese, in quella data, ci saranno oltre la metà dei pezzi suonati in questo concerto, oltre ad una decina di altri del periodo d'oro. Qualche fan pagherebbe abbastanza per vederli suonati da tutti i cinque membri del gruppo. Molti andranno comunque in visibilio con la sola presenza di uno di loro.


sabato 25 maggio 2013

Aggiornamenti.

Pubblico solo un breve post di aggiornamento: ho dato una piccola ritoccata alla grafica del blog, ma veramente, veramente minima, e spero che così si avvicini un po' di più alla sua veste definitiva (che spero non tardi ad arrivare, mentre so già che non arriverà mai...).
Probabilmente seguirà ancora qualche sottile aggiustamento qui e la, ma suppongo che non se ne accorgerà quasi nessuno. Intanto, grazie, come al solito, a +Giorgio Bella per il supporto tecnico (anche se a questo giro abbiamo semi-fallito entrambi).

E... niente. Sì, l'intenzione era anche quella di non lasciare il blog senza articoli per troppi giorni. Quindi, accontentiamoci!

See ya!

lunedì 20 maggio 2013

Riflessioni di carta.

Stamattina, mentre sono assorto nella mia classica perlustrazione internettiana, mi imbatto in un tweet di Tito Faraci, che esordisce così:

Novello Lapalisse, rifletto su come i fumetti in Italia vendano ancora tantissimo ma non abbiamo un evento paragonabile al Salone del libro.

Potete immaginare facilmente come le risposte non si siano fatte attendere.
Immediatamente, qualcuno cita subito il Lucca Comics e il Napoli Comicon, assurgendo a motivazione d'esempio il numero di biglietti strappati dal festival toscano maggiore rispetto addirittura al Comicon di San Diego, o la passione sfrenata che starebbe dietro ai partecipanti a simili eventi, introvabile nei visitatori di una kermesse libraria.

Non sono qui per prendere le parti di alcuno. Tutt'altro. Sono qui, a scrivere, perché l'argomento, e il dibattito scaturitone, mi ha molto interessato, e gradirei esternare un commento tentando di guardare sotto una luce più particolareggiata ciò che Tito volesse intendere. No, perché magari è stato solo un pochino frainteso. O, più probabilmente, i 140 caratteri di Twitter non hanno potuto permettere di esprimere appieno il suo punto di vista.

Per come la vedo io, ciò con cui è possibile concordare, e forse proprio ciò che lo scrittore voleva sottolineare, è che la risonanza e l'attenzione mediatica (e pubblica) che possiede il Salone del Libro non è appannaggio di alcun analogo evento fumettistico italiano.

Ragioniamo.

Non è giusto discutere solo per numero di visitatori, ovviamente. La qualità di una manifestazione si riconosce innanzitutto dal suo contenuto, da come quel contenuto è presentato, e da chi viene a presentarti parte di quel contenuto, che contribuisce a creare. Gli ospiti sono sempre una parte fondamentale di simili manifestazioni. Altrimenti, potremmo mettere sul piatto i 900.000 visitatori medi del Motorshow di Bologna e chiudere tutto il resto.

Gli ospiti, dunque, appunto. Gli ospiti sono il pezzo forte che focalizza l'attenzione sull'evento. Vorreste dirmi che a Lucca non ci sono ospiti degni? Volendo mentire spudoratamente, sì. Ma qual è la differenza fra gli ospiti del Lucca Comics e quelli del Salone del Libro, fra ciò che portano in mano (e a voce) quelli del Lucca Comics (e quelli di un po' tutte le altre fiere) e quelli del Salone del Libro? Che quelli del Lucca ti parlano di fumetti, e quelli del Salone di libri? No. Che quelli del Lucca ti parlano di fumetti, e quelli del Salone di tutto. Qui, probabilmente, sta il nodo centrale.

Chi va a Lucca è un appassionato, noi diremmo un nerd. Si imbuca lì e sta due ore in coda per avere l'autografo di Jeff Smith. Poi torna a casa, e magari parla con i genitori. "Sapete che ho avuto un autografo da Jeff Smith?". La reazione più tranquilla, a quel punto, sarà quella di veder comparire un W.T.F. impresso sulle fronti del parentado. Ovviamente, segue il telegiornale, ma di Jeff Smith al Lucca Comics neanche una traccia. Neanche una traccia del Lucca Comics, a dire il vero, tranne che forse sul TGR Toscana.
E quello che va al Salone del Libro? Be', quello si fa le due ore di coda, e si stipa in una sala ad ascoltare Roberto Saviano. Oppure Mario Draghi. Poi torna a casa, e dopo aver assistito per bene ad un bel battage tele-giornalistico su Draghi e Saviano al Salone, racconta a visi curiosi e ipnotizzati quanto incredibile sia stato ascoltare ciò che usciva dalle loro vere voci.

Con questo, vuoi dire che gli ospiti di Lucca non valgono un tubo, direte. Proprio no. Alla scorsa edizione ho assistito ad una stupenda quanto commovente conferenza di Giorgio Cavazzano, mentre ieri, al Lingotto, non son riuscito a sentire nemmeno uno dei nomi che erano venuti lì per raccogliere masse. Eppure, di Cavazzano a Lucca non si è mai parlato sui media tradizionali (e pochino online, tranne che sui siti specializzati), mentre di Renzi a Torino hanno sbandierato tutti i telegiornali.

Con questo, vorrei concludere il discorso e sperare di aver dato un punto di vista soddisfacente su ciò che suppongo intendesse Tito con quel post. La risposta, si chiama nicchia. La nicchia in cui il fumetto è ancor chiuso oggi, non solo in Italia, credo, ma in particolar modo nel nostro paese. E a cui il libro, e ciò intorno a cui il libro ruota - cioè, potenzialmente, tutto  - non appartiene. Perché è pleonastico dire che un luogo dove, a distanza di due ore, potrai sentir parlare il Presidente della BCE e lo scienziato di fama internazionale che ti tiene la sua lectio magistralis, avrà per forza di cose un eco di risonanza enormemente maggiore di una manifestazione per appassionati. E' un difetto ciò, per l'evento da appassionati? Ne siete davvero convinti?

domenica 19 maggio 2013

Solcando oceani di cellulosa.

Sono uscito vivo dal Lingotto per l'ennesimo anno consecutivo.
Non sono uno che legge in maniera frenetica, non compro praticamente mai libri, quelli che leggo li prendo in prestito (le biblioteche sono una gran invenzione). Nonostante ciò, al Salone Internazionale del Libro di Torino ci vado tutti gli anni, foss'anche solo per passare un pomeriggio diverso. Già, perché è così che sarebbe da definire l'esperienza ormai consueta che ogni maggio mi porta fra i padiglioni di via Nizza.

A questo giro, il raccolto è stato meno fruttuoso. Ma non meno piacevole. Eravamo partiti, io e i miei amici +Emmanuele Baccinelli e +Fabio Del Prete, con l'intento di replicare la caccia al tesoro dell'anno scorso: tampina Faraci! Risultato: in pieno stile Disney, ha fregato lui noi. Tranquillamente, mentre noi arrivavamo, lui se ne andava a partecipare ad una mostra fotografica a Palazzo Reale. Fine. L'obiettivo principe della giornata era sfumato.
Poco male, ci sono da girare 51.000 metri quadri di fiera. 51.000 metri quadri che in questo momento sento tutti nelle gambe, nonostante non esista uno stand che non abbia visto in fast motion.
Troppo poco un pomeriggio per rendere decente la visita. Troppa gente. Per camminare si cammina: gli stand quest'anno, complice la crisi, si sono rimpiccioliti, pur aumentando di numero, cosa che ha consentito di avere a disposizione corridoi molto più ampi del solito. Il problema è che le sale sono sempre quelle, e l'afflusso è sempre enorme. Così, Massimo Gramellini è praticamente assediato in conferenza, per vedere Paolo Villaggio c'è da mettere in conto almeno mezz'ora fissa di coda, e grazie a Dio che Renzi c'era a mezzogiorno, che altrimenti avremmo probabilmente subito una sorta di tsunami umano. Resta quasi abbordabile un insolitamente calmo Vittorio Sgarbi, che sbraita con una tranquillità che non sembra sua allo stand della Regione Calabria. Lasciamo stare i VIP oggi, via, non è giornata.

È così che, dopo esserci più o meno persi, si decide di battere in ritirata. Resta l'impressione, un po' velata, di un'edizione leggermente sottotono. Probabilmente, anzi, sicuramente, solo sotto il profilo del gradimento personale. O forse abbiamo solo beccato la giornata meno intensa. D'altronde è abbastanza risaputo dagli habitué che i giorni clou sono venerdì e sabato.

Ma qualcosina che non va, c'è. Forse l'inspiegata assenza di Disney e il tristissimo stand di BAO Publishing hanno di fatto impattato più del dovuto. Per non parlare del Wi-Fi! Oggi gli oceani di cellulosa erano davvero gli unici degnamente... navigabili.

sabato 18 maggio 2013

Ben arrivati nei mistici Giardini di Britannia.

Non chiedetemi il perché mi sia venuto in mente di aprire un blog. Risparmiate il fiato, perché non lo so nemmeno io. Sta di fatto che - forse perché sono uno a cui piace provare gli strumenti che ha a disposizione, forse perché l'idea di avere uno spazio dedicato in cui scaricare pensieri non era poi così male - ho deciso di aprirne uno. Un esperimento. "Un altro?!" Sento già qualcuno far rimbombare una simile esclamazione di sorpresa all'interno della propria testa. E forse anche all'esterno. Sì, è un periodo di sperimentazione. Il mio lato progressive è in un momento di particolare attività, evidentemente. Ho appena aperto una pagina Google+ in co-gestione, e ora mi faccio anche un blog. Decisamente tanto.

In ogni caso. Le due cose possono anche venire messe in connessione.

Il blog verrà usato per trattare di qualunque argomento, qualunque argomento che altrove - magari sul profilo G+ - verrebbe trattato magari in maniera più riduttiva. Scriverò di qualunque cosa mi passi per la testa di scrivere. Un giorno, forse, di musica, e quello dopo di tecnologia, chissà, e magari quello dopo ancora di scienza, non fosse mai che così possa pubblicare sulla neonata paginetta qualcosa di originale. Un giorno? Ecco, chiarisco subito. Seguitemi pure, se quel tempo avete proprio intenzione di buttarlo, ma non aspettativi chissà quale regolarità nel posting. Potrei scrivere tre articoli in tre giorni e poi restar fermo tre mesi. E come ripeto, è un esperimento, per ora. Sono in beta.

Non arrabbiatevi neanche se pasticcio un po' con la grafica e il layout. Devo ancora prendere un po' di confidenza con Blogger, e spero non sia scontroso. Ah, il titolo. Se ve lo state chiedendo... non significa niente. Chi mi conosce un po' sa che ho interessi che spaziano abbastanza (spesso anche senza c'entrare una mazza l'uno con l'altro), e che ancor di più mi diverto, alle volte, a fonderli fra loro, sempre che questo possa significare qualcosa. Nella fattispecie, la Britannia del titolo è una citazione al bellissimo anime giapponese Code Geass, che il mio amico +Giorgio Bella mi ha spinto a vedere ultimamente. E come si collega a questi altri presunti interessi, vi chiederete? Be', da amante della Perfida Albione e della sua figlia musicale, il Rock Progressivo, non potevo non pensare al mio gruppo preferito. Anche perché, nel nostro frangente, si sposa benissimo con ciò che avevo in mente. Si dà il caso, infatti, che Britannia fosse uno dei personaggi che Peter Gabriel soleva interpretare durante i suoi teatro-concerti (nella foto), personaggio che rappresentava l'Inghilterra vilipesa e svenduta al denaro. I giardini, invece, sono una citazione, sempre genesiana, ai Royal Gardens of Kew presenti nel brano del 1971 The Return of The Giant Hogweed. Nessuno può obiettarmi che non fossero britannici anch'essi.

Va bene, per ora mi fermo qui. Condivido un po' il blog in giro, che sapete dove trovare (e dove trovarmi). Vi do appuntamento al primo - vero - goffo tentativo di articolo.

ALLONS-Y!